Ricorso avverso avviso di accertamento TA.RI. (Tassa rifiuti)

a cura di: Dott. Attilio Romano

DOC | ID 233280 | pub. 16/12/2016 | 45 Kb
La procedura di accertamento della TARI deve essere ancorata, in primis, a criteri fattuali, che presuppongono non solo verifiche in loco tramite mere misurazioni della superficie calpestabile ove viene esercitata l’attività.

Il potere di avvalersi di presunzioni semplici nella determinazione della quantità di rifiuti al "metro quadro" va utilizzato solo in via residuale essendo necessario ed imprescindibile l’instaurazione di un contraddittorio tra tecnici comunali e contribuente, in modo da verificare, con un margine di correttezza più elevato, i dati della base imponibile prima di emettere i relativi avvisi di accertamento.
Sono questi alcuni dei principi che emergono dalle elaborazioni dottrinali e da recentissime pronunce dei collegi tributari di merito che hanno disapplicato - ex art. 7, D.Lgs. n. 546/92 - i regolamenti comunali con le relative tariffe perché deliberate in spregio al principio “… chi inquina paga, affermatosi nella giurisprudenza della Corte di Giustizia…” e della Direttiva comunitaria 2008/98/CE relativa ai rifiuti.
Il principio comunitario ha quindi un’immediata cogenza nel diritto interno e deve essere interpretato nel senso di precludere a normative interne di imporre costi manifestamente inadeguati per lo smaltimento dei rifiuti perché non dimostrano un legame sufficientemente ragionevole con la produzione dei rifiuti.
Superficie e tipologia d'uso possono ben assumere base di commisurazione della tassa purché le tariffe non siano sproporzionate rispetto al volume o alla natura dei rifiuti prodotti.

Si propone, a beneficio dei cortesi lettori, una traccia di ricorso che, sviluppato in nove cartelle, riprende alcuni dei più significativi arresti giurisprudenziali che eccepiscono l’illegittimità del prelievo TA.RI. non sufficientemente parametrato all’effettiva "potenzialità di produzione di rifiuti" ed alla "tipologia di attività svolta".

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