Il Concordato Preventivo Biennale (CPB) è diventato uno degli strumenti di pianificazione fiscale più rilevanti per le PMI e, al tempo stesso, uno dei banchi di prova più delicati per i Dottori Commercialisti. Per il contribuente l’istituto offre vantaggi premiali e la certezza della base imponibile; per lo Studio comporta responsabilità nuove e un iter valutativo particolarmente rigoroso.
Dai dati certi alle stime previsionali
Il profilo di rischio del CPB dipende dalla sua stessa natura. La consulenza tributaria tradizionale poggia su dati contabili consolidati. La scelta di aderire al Concordato, invece, si fonda su proiezioni reddituali future, grandezze che il professionista non controlla e che dipendono dalle decisioni e dalle aspettative del contribuente.
Questa asimmetria espone lo Studio a due scenari opposti:
- adesione sulla base di stime troppo ottimistiche. Il cliente può trovarsi a versare imposte su un reddito “figurativo” mai realmente conseguito;
- mancata adesione seguita da redditi effettivi superiori a quelli concordabili. L’imprenditore subisce un carico fiscale maggiore e un più alto rischio di essere selezionato per i controlli.
Ai rischi di natura strategica si aggiungono quelli tecnici in fase di accesso e mantenimento del patto. Un errore nella comunicazione dei dati ISA, ad esempio, può determinare la decadenza dal concordato con effetto retroattivo, azzerando ogni beneficio. Anche in fase di ammissione l’attenzione deve essere massima: la presenza al 31 dicembre dell’anno precedente di debiti tributari o contributivi definitivi pari o superiori a 5.000 euro (al netto di quelli rateizzati o sospesi) preclude l’accesso allo strumento. Trattandosi di parametri soggetti a continui correttivi normativi, è fondamentale verificarli puntualmente a ogni campagna.
I rischi della gestione informale
In un quadro così ricco di variabili, gestire il rapporto con il cliente a voce o con scambi informali è una scelta da evitare. Se il processo decisionale non è formalizzato, in caso di esiti sfavorevoli lo Studio si trova privo di prove sul contenuto dell’informativa resa, sulle informazioni ricevute e sulla paternità delle stime. Il contenzioso, a quel punto, parte da una posizione di debolezza.
La standardizzazione della procedura: il kit operativo
La risposta più efficace è una procedura standardizzata, applicata in modo uniforme a tutta la clientela interessata. Un approccio di questo tipo, che ritroviamo anche nel pacchetto proposto da AteneoWeb, si regge su tre documenti integrati, solitamente disponibili in formato editabile per essere personalizzati con la carta intestata dello Studio:
- la lettera informativa per il cliente: destinata ai contribuenti in regime ordinario, illustra le regole del CPB, il regime di tassazione sostitutiva agevolata, i limiti della proposta, i benefici collegati agli ISA e le conseguenze di una mancata adesione, compresi i possibili controlli mirati. È il presupposto perché la decisione del cliente sia effettivamente consapevole;
- la check-list analitica di verifica: è uno strumento interno che guida i collaboratori passo dopo passo: verifica dei requisiti di accesso (a partire dal controllo puntuale della soglia dei debiti), accertamento dell’assenza di cause di esclusione e incompatibilità, controllo dei dati prima dell’invio. Riduce in modo sensibile il rischio di errori e omissioni e lascia traccia del lavoro svolto;
- la liberatoria e dichiarazione di manleva: è lo strumento con cui si definiscono le responsabilità. Il cliente dichiara la veridicità dei dati forniti e si assume la paternità delle stime previsionali su cui si basa la decisione di aderire o meno. La manleva distingue così l’analisi normativa e tecnica, di competenza del professionista, dalla scelta strategica sul rischio d’impresa, che spetta al contribuente.
Va ricordato che la manleva non rende lo Studio immune da responsabilità: non copre i profili di negligenza o di errore tecnico imputabili al professionista. Il suo valore è probatorio e di chiarezza dei ruoli, e per questo funziona solo se accompagnata da un’informativa completa e da un’istruttoria effettivamente svolta. Per la stessa ragione conviene far verificare i modelli dal proprio consulente legale e dalla compagnia assicurativa della polizza professionale.
Conclusioni
Dotarsi di un kit documentale strutturato è un segno di maturità professionale, prima ancora che una cautela. Consente di non redigere da zero modelli contrattuali complessi, rende il processo decisionale tracciabile e rende inequivocabile la ripartizione dei ruoli tra Studio e cliente.
Con la campagna CPB, efficienza organizzativa e tutela legale devono procedere insieme. Predisporre per tempo procedure e modulistica adeguate protegge il professionista e dà sicurezza all’assistito.



