Il sistema pensionistico italiano non presenta solo problemi di sostenibilità economica e finanziaria che le riforme, compresa quella del 2004, non hanno definitivamente risolto.
Si porrà, nel futuro prossimo, anche una questione di adeguatezza dei trattamenti, perché le pensioni sono destinate a perdere valore nel tempo.
Il problema è emerso in parecchie sedi qualificate. Ultimamente, se ne è occupata una documentata ricerca dell’Ufficio Studi dell’Inpdap (l’ente di previdenza della pubblica amministrazione) dimostrando che le prestazioni subiranno, con il trascorrere degli anni, una riduzione dell’ammontare, riconosciuto al momento della liquidazione, «tanto maggiore quanto più lungo è il tempo in cui la pensione è percepita ed è quindi dipendente dall’età in cui si va in pensione e dall’età in cui si cessa di percepirla».
In sostanza, i più danneggiati sono, quindi, tutti coloro che vanno in pensione anticipata rispetto all’età di vecchiaia: quei milioni di pensionati di anzianità, la cui condizione è stata difesa ad oltranza dalle organizzazioni sindacali e dai loro alleati.
Questi lavoratori, infatti, avendo avuto per lungo tempo la possibilità di andare in quiescenza poco più che cinquantenni e di usufruire del trattamento per un periodo di 25 – 30 anni, finiscono per subire in misura maggiore gli effetti del sistema pensionistico obbligatorio.


