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Fondazione Studi: oltre il 90% dei lavoratori tutelati da accordi collettivi esclusi dalla Direttiva europea

Lo scorso 14 settembre il Parlamento UE ha approvato la Direttiva europea che promuove la contrattazione collettiva quale strumento di garanzia dei minimi salariali. 

Dato che, nel nostro Paese, più del 90% dei lavoratori è coperto dalla contrattazione nazionale, un eventuale salario minimo si applicherebbe ad una quota residua di lavoratori.
Di conseguenza, se si propendesse per inserire comunque il salario minimo per legge, da un lato "verrebbe fortemente impoverito e delegittimato il ruolo della contrattazione collettiva, che da sempre rappresenta un punto di forza delle relazioni di lavoro in Italia", dall'altro "diventerebbe prioritario riflettere su chi debba sostenere il peso degli incrementi che la misura determinerebbe per le aziende".

Lo segnala la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro nel Comunicato Stampa del 17 settembre. In base alle simulazioni condotte dalla Fondazione, l’introduzione di un salario minimo per legge comporterebbe un costo per le imprese di 12 mld di euro all'anno, quindi il 20% in più rispetto ai livelli attuali.

L’"effetto boomerang" è quasi inevitabile, afferma la Fondazione, "con un conseguente rialzo dei prezzi per beni e servizi con cui si potrebbe vanificare l’intero impianto della riforma".

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