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Detenzione impropria di animali domestici: sentenza Cassazione

La detenzione impropria di animali, produttiva di gravi sofferenze, va considerata, per le specie più note (quali, ad esempio, gli animali domestici), attingendo al patrimonio di comune esperienza e conoscenza e, per le altre, alle acquisizioni delle scienze naturali.
Le gravi sofferenze non vanno necessariamente intese come quelle condizioni che possono determinare un vero e proprio processo patologico, bensì anche i meri patimenti.
Assumono rilievo non soltanto quei comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà e mitezza verso gli animali per la loro manifesta crudeltà, ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psicofisica dell'animale, procurandogli dolore e afflizione.

Questi i principi contenuti nella Sentenza n. 32157 del 16 novembre 2020, con la quale la Corte di Cassazione, Sez. 3 Penale, ha rigettato il ricorso presentato dalla padrona di tre gatti che era partita per un lungo periodo di ferie affidando la cura degli animali domestici ai figli minorenni, soggetti prevedibilmente inadeguati al compito loro assegnato, sia per l'età che per la durata dello stesso.

La Suprema Corte, ritiene integrato il reato di cui agli artt. 110, 727 anche in situazioni quali la privazione di cibo, acqua e luce, o le precarie condizioni di salute, di igiene e di nutrizione e precisa inoltre che la grave sofferenza dell'animale, elemento oggettivo della fattispecie di cui all'art. 727 cod.pen., deve essere desunta dalle modalità della custodia che devono essere inconciliabili con la condizione propria dell'animale in situazione di benessere.

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