In caso di disconoscimento di una perdita su crediti, gli elementi indiziari da produrre devono essere tali da rendere credibile e attendibile il pericolo della inesigibilità.
In assenza di procedure concorsuali a carico del debitore, la società che vuole portare in deduzione le perdite su crediti ha l’onere di dimostrare l’esistenza di elementi certi e precisi, tali da provare che la perdita si sia effettivamente verificata.
La consulenza prestata da un legale, che consiglia all’ente di abbandonare il recupero del credito, non ha alcun valore probatorio ai fini della deducibilità delle perdite, perché si tratta di una manifestazione di opinione. I pareri legali, infatti, seppur forniti da professionisti del settore, devono comunque fondarsi su circostanze di fatto obiettive che, se non prodotte dal contribuente in sede amministrativa o giudiziale, determinano il mancato assolvimento dell’onere probatorio. Spetta, poi, al giudice di merito il potere-dovere di valutare tali circostanze in relazione ai caratteri di “certezza e precisione”, richiesti dalla norma tributaria.
Così ha deciso la Corte di cassazione, con la sentenza 27087 del 19 dicembre 2014.
Il fatto
La controversia scaturisce dall’impugnazione, proposta da una società, di alcuni avvisi d’accertamento notificati dall’Agenzia delle Entrate per il recupero di maggior Irpeg e Irap per gli anni 1996 e 1997.


