Giovedì 18 maggio 2017

Lo Stato può imporre l'obbligo di licenze come taxi - Le conclusioni dell'Avvocato Generale della Corte di Giustizia UE

a cura di: TuttoCamere.it

La piattaforma elettronica Uber, pur rappresentando un'idea innovativa, rientra nel settore dei trasporti, con la conseguenza che Uber può essere obbligata a possedere le licenze e le autorizzazioni richieste dal diritto nazionale.
«Uber non beneficia infatti del principio della libera prestazione dei servizi garantito dal diritto dell'Unione ai servizi della società dell'informazione».

E' quanto sostiene l'avvocato generale della Corte di Giustizia europea Maciej Szpunar nelle conclusioni presentate l'11 maggio 2017 - Causa C-434/15.

La causa è cominciata nel 2014 quando l'Asociación Profesional Elite Taxi della città di Barcellona, ha presentato ricorso al tribunale commerciale di Barcellona chiedendo di sanzionare la società spagnola Uber Systems Spain, per concorrenza sleale nei confronti dei conducenti della Elite Taxi, con la tesi che né la Uber Spain, né i proprietari o i conducenti dei veicoli interessati dispongono delle licenze e delle autorizzazioni previste dal regolamento in materia di servizi di taxi adottato dalla città.

Il tribunale spagnolo ha sottoposto alla Corte di giustizia una serie di questioni sulla qualificazione dell'attività di Uber sotto il profilo del diritto dell'Unione nonché sulle conseguenze che occorre trarne.

Secondo l'avvocato generale, la prestazione di messa in contatto del passeggero con il conducente, fornita per via elettronica, non è né autonoma né principale rispetto alla prestazione di trasporto. Il servizio offerto da Uber non potrebbe pertanto essere qualificato come «servizio della società dell'informazione», trattandosi piuttosto dell'organizzazione e della gestione di un sistema completo di trasporto urbano a richiesta.

Peraltro, Uber non offre un servizio di car-pooling, in quanto la destinazione è scelta dai passeggeri e i conducenti percepiscono un corrispettivo che supera ampiamente il semplice rimborso delle spese sostenute.
Tenuto conto del fatto che la prestazione di trasporto costituisce, dal punto di vista economico, l'elemento principale, mentre il servizio di messa in contatto dei passeggeri con i conducenti mediante l'applicazione per smartphone è un elemento secondario, l'avvocato generale propone alla Corte di rispondere che il servizio offerto dalla piattaforma Uber deve essere qualificato come "servizio nel settore dei trasporti". Da tale interpretazione consegue che l'attività di Uber non è retta dal principio della libera prestazione dei servizi nell'ambito dei "servizi della società dell'informazione" e che è pertanto soggetta alle condizioni per l'ammissione dei vettori non residenti ai trasporti nazionali negli Stati membri.

In conclusione, il servizio offerto da Uber deve essere qualificato come servizio nel settore dei trasporti, affermazione da cui consegue l'inapplicabilità del principio della libera prestazione dei servizi (vigente nell'ambito dei servizi delle società d'informazione) e l'assoggettabilità alle condizioni previste dalle normative nazionali per il settore trasporti.
L'applicazione che riconosce la posizione dell'utente ed individua i conducenti disponibili nelle vicinanze deve dunque ottenere le licenze ed autorizzazioni previste dal diritto nazionale per il settore trasporti.

Per scaricare il testo delle conclusioni dell'Avvocato Generale della CGUE clicca qui.
Per scaricare il testo del comunicato stampa n. 50/17 clicca qui.


Fonte: http://www.tuttocamere.it
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