Sabato 26 ottobre 2002

DONAZIONI: VANTAGGI FISCALI MA ATTENZIONE AI RISCHI!!

a cura di: Studio Cozzi Dottori Commercialisti Associati
L’abolizione dell’imposta sulle successioni e donazioni ha portato un notevole incremento delle donazioni cosa che, fino all’anno scorso era praticamente oneroso fare in dipendenza del conseguente peso fiscale che imponeva una tassazione con aliquote, il più delle volte, a doppia cifra. Nonostante ciò bisogna prestare molta attenzione in quanto la defiscalizzazione delle donazioni non deve far perdere di vista la “collazione ereditaria” e una possibile lesione della quota di legittima qualora il donante muoia ed i suoi beni passano in successione creandosi, nella maggior parte dei casi, liti che difficilmente si risolvono in breve tempo. Ma vediamo di cosa si tratta. Innanzitutto eredi legittimi o necessari sono coloro ai quali la legge riserva obbligatoriamente una quota del patrimonio del defunto. Questi sono: i discendenti legittimi e naturali, il coniuge e, qualora manchino i discendenti legittimi, anche gli ascendenti acquistano diritto ad una quota-parte del patrimonio del defunto. Questo patrimonio si calcola aggiungendo a quanto egli ha lasciato in successione (relictum), i beni usciti per effetto di donazioni (donatum) fatte in vita, sia dirette che indirette (remissione del debito, contratto a favore del terzo, adempimento dell’obbligazione altrui, ecc.). Tale procedimento si chiama “collazione”e, a tal fine, l’art. 737 C.C. dispone che i figli legittimi e naturali, i loro discendenti legittimi e naturali ed il coniuge che concorrono alla successione devono conferire ai coeredi tutto ciò che hanno ricevuto dal defunto per donazione, direttamente o indirettamente, salvo che il defunto non li abbia da ciò dispensati. La dispensa produce effetti solo nei limiti della quota disponibile. Oggetto della collazione sono anche: · Le donazioni di modico valore - queste vanno conferite ad eccezione di quelle fatte al coniuge (art. 738 C.C.); · Le donazioni rimuneratorie – dirette o indirette che siano devono essere conferite per la loro indiscussa natura liberale (sono quelle donazioni fatte per riconoscenza o in considerazione dei meriti del donatario, art. 770 C.C.); · La donazione modale – è la donazione gravata da un peso (onere o modo) che il donatario subisce per volontà del donante e può consistere sia nell’erogazione di una parte del bene donato (e persino tutto) per un dato scopo, sia nel compiere un’azione o un’omissione in favore del donante stesso o di un terzo (artt. 793, 794 C.C.). Anche questa donazione va conferita perché l’onere non altera la natura giuridica della donazione stessa. Bisogna però considerare l’evidente iniquità di imporre al donatario il conferimento di tutta la donazione, dopo che egli ha adempiuto l’onere, con conseguente illecito arricchimento per la massa ereditaria. La dottrina prevalente (Torrente, Azzariti) ritiene perciò che debba essere conferita la differenza tra il valore dei beni donati ed il valore dell’onere, ossia ciò di cui il donatario si è effettivamente arricchito. La stima del bene donato si fa avendo riguardo al valore che esso aveva al tempo dell’apertura della successione (art. 747, 750,1° comma e 751, 1° comma). Ma cosa succede se attraverso una donazione viene lesa la quota di legittima di un erede? Ora, mentre la collazione mira ad assicurare tra i discendenti ed il coniuge del defunto la parità di trattamento, nel caso di lesione si ricorre “all’azione di riduzione” che ha lo scopo di rendere inefficaci le liberalità fatte in vita dal defunto e che abbiano leso il diritto del legittimario, in modo da reintegrare la quota di riserva. Se la collazione mira a riportare alla massa tutti i beni donati dal de cuius, la riduzione ha lo scopo di recuperare quella parte dei beni donati necessari per reintegrare la quota di riserva. L’art. 555 C.C. stabilisce che si procederà direttamente a riduzione delle donazioni qualora le disposizioni testamentarie non eccedano la quota di cui il defunto poteva disporre, comprendendosi in questa espressione anche il caso di disposizione con la quale si è lasciato ad uno dei legittimari quanto gli spetta come legittima; ad esempio: Tizio ha un patrimonio di 150 e dona 100 all’estraneo Caio, disponendo degli altri 50 per testamento a favore del primogenito Primo. Alla sua morte il secondogenito Secondo, non menzionato nel testamento, agirà in riduzione direttamente contro il donatario Caio chiedendo 50; i 50 lasciati a Primo, infatti, rappresentano la legittima di costui in quanto la disposizione testamentaria non eccede “la quota di cui il defunto poteva disporre”. Le donazioni si riducono cominciando dall’ultima e risalendo via via alle anteriori (art. 559 C.C.). Se oggetto della donazione da ridurre è un bene immobile, la riduzione si fa separando dall’immobile medesimo la parte occorrente per integrare la quota riservata, sempre che ciò possa avvenire comodamente (art. 560 C.C.). Se la separazione non può farsi comodamente ed il donatario ha nell’immobile un’eccedenza maggiore del quarto della porzione disponibile, l’immobile si deve lasciare per intero nell’eredità, salvo il diritto di conseguire il valore della porzione disponibile. Se l’eccedenza non supera il quarto, il donatario può ritenere tutto l’immobile, compensando in danaro i legittimari. Il donatario che è legittimato può ritenere tutto l’immobile, purché il valore di esso non superi l’importo della porzione disponibile e della quota che gli spetta come legittimario. E’ importante il fatto che, se il donatario contro cui è stata pronunciata la riduzione ha alienato a terzi l’immobile donatogli, il legittimario, premessa l’escussione dei beni del donatario, può chiedere ai successivi acquirenti la restituzione dell’immobile. La riduzione delle donazioni e delle disposizioni lesive della porzione di legittima può innanzitutto essere domandata dai legittimari e dai loro eredi. Questi ultimi, infatti, siano essi legittimi o testamentari, subentrano in tutti i rapporti patrimoniali spettanti al defunto e quindi anche nella loro tutela. L’azione di riduzione si prescrive nel termine ordinario di dieci anni (art. 2946 C.C.) che si computa a partire dal giorno dell’apertura della successione.
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