Martedì 14 giugno 2005

SONO RICAVI I PRELEVAMENTI NON GIUSTIFICATI

a cura di: FiscoOggi
La Consulta legittima l'utilizzo delle presunzioni negli accertamenti bancari (articolo 32, Dpr 600/73)
Con ordinanza del 4 novembre 2002 la Commissione tributaria regionale di Torino ha sollevato, in riferimento agli articoli 3 e 53 della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 32, primo comma, numero 2), del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600 (Disposizioni comuni in materia di accertamento delle imposte sui redditi) - come sostituito dall'articolo 1 del decreto del Presidente della Repubblica n. 463 del 15 luglio 1982 - nella parte in cui stabilisce "che i prelevamenti annotati nei conti bancari sono posti come ricavi se il contribuente non ne indica il soggetto beneficiario".

In particolare, la remittente ha rilevato che:

  • il legislatore tributario avrebbe costruito un sistema basato su di una doppia presunzione legale, in base alla quale i prelevamenti non giustificati si presumono acquisti e questi ultimi si presumono ricavi, così da sollevare l'amministrazione dall'onere di provare l'effettiva evasione fiscale. Tale doppia presunzione sarebbe logicamente viziata, tanto più che a essa necessariamente conseguirebbe "l'equazione" secondo cui i ricavi equivalgono a redditi, non essendo possibile detrarre i costi da ricavi che sono considerati tali solo per disposizione legislativa
  • da ciò discenderebbe un'ingiustificata disparità di trattamento, quanto al criterio di determinazione del reddito, in danno di quanti sono soggetti all'accertamento in base alle risultanze bancarie
  • il descritto procedimento accertativo, in virtù del quale i prelevamenti sarebbero considerati reddito, si sostanzierebbe in definitiva in una sanzione impropria, determinando un maggior debito di imposta tale da comportare l'applicazione della "sanzione propria", con ulteriore disparità di trattamento tra contribuenti, a seconda della metodologia di accertamento adottata
  • la disposizione impugnata, determinando un debito di imposta non adeguato alla effettiva capacità contributiva, si porrebbe in contrasto anche con l'articolo 53 della Costituzione.

    L'Avvocatura generale dello Stato, nel concludere, nell'ambito del giudizio incidentale di costituzionalità, per l'inammissibilità o, comunque, per l'infondatezza della questione, ha dedotto che di per sé la disponibilità, o meno, di conti bancari è elemento idoneo a differenziare le diverse capacità contributive, che la norma impugnata determina una mera inversione dell'onere probatorio, essendo consentito al contribuente di liberarsi dagli effetti della presunzione indicando il beneficiario del prelievo, che del tutto immotivata è, comunque, l'affermazione secondo la quale ne discenderebbe un'ingiustificata equiparazione dei ricavi ai redditi, che la pretesa indeducibilità dei costi dai ricavi presunti non trova il conforto dalla più recente giurisprudenza di legittimità, che l'inversione dell'onere probatorio non priva di adeguata tutela il contribuente che cooperi nella esatta quantificazione del reddito imponibile, restando priva di significato - nel caso in cui la presunzione non sia vinta - una qualificazione degli effetti della norma in termini di sanzione impropria.

La questione è sta ritenuta non fondata dalla Consulta, con la sentenza n. 225, interpretativa di rigetto, depositata l'8 giugno 2005.
L'iter logico giuridico adottato dal giudice delle leggi si è così sviluppato : "Va premesso che l'assunto del rimettente, relativo alla indeducibilità delle componenti negative dal maggior reddito d'impresa accertato in base alla norma impugnata, non solo è apodittico, ma risulta altresì smentito dalla più recente giurisprudenza di legittimità, secondo cui, in caso di accertamento induttivo, si deve tenere conto - in ossequio al principio di capacità contributiva - non solo dei maggiori ricavi ma anche della incidenza percentuale dei costi relativi, che vanno, dunque, detratti dall'ammontare dei prelievi non giustificati. Così interpretata, la norma si sottrae alla censura di violazione dell'art. 53 della Costituzione, risolvendosi, quanto alla destinazione dei prelievi non risultanti dalle scritture contabili, in una presunzione di ricavi iuris tantum suscettibile, cioè, di prova contraria attraverso la indicazione del beneficiario dei prelievi. Una presunzione siffatta non appare, poi, lesiva del canone di ragionevolezza di cui all'art. 3 della Costituzione, non essendo manifestamente arbitrario ipotizzare che i prelievi ingiustificati dai conti correnti bancari effettuati da un imprenditore siano stati destinati all'esercizio dell'attività d'impresa e siano, quindi, in definitiva, detratti i relativi costi, considerati in termini di reddito imponibile. Deve, infine, escludersi la violazione del principio di eguaglianza in danno dei titolari di conti bancari, essendo la disponibilità di tali conti elemento idoneo a legittimare il rilievo meramente probatorio attribuito al prelievo non giustificato di somme".

Alla luce della sentenza in parola, giova precisare che la riservatezza ai dati dei propri risparmi è un valore costituzionalmente protetto, ma subordinato a quello del contributo di ogni cittadino alle spese pubbliche, secondo il proprio patrimonio. Nell'ambito della lotta all'evasione fiscale, l'Amministrazione finanziaria ha, pertanto, tra i suoi obiettivi, anche l'intensificazione degli accertamenti bancari(1) ovvero di quegli accertamenti che sono basati su indagini compiute sui movimenti dei conti correnti.

NOTE
1. Angelo Buscema, "Potenziata l'efficacia delle indagini bancarie", in FISCOoggi del 18 gennaio 2005

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