Mercoledì 7 settembre 2005

SITO WEB E DEDUCIBILITA' DEI COSTI

a cura di: FiscoOggi
Le indicazioni dei principi contabili e del Tuir
Cenni preliminari e natura del sito web
Nei mesi scorsi la stampa specializzata ha evidenziato previsioni di forte crescita dell'e-commerce, in particolare dei siti internet dedicati e della pubblicità via web, in grado di sostituirsi - più che di affiancare - le forme commerciali e pubblicitarie tradizionali, perlomeno con riferimento a certe categorie di beni di consumo o di servizi.
Appare quindi interessante analizzare il possibile trattamento reddituale dei componenti negativi generati dagli investimenti effettuati, in tale settore, dai percettori di reddito d'impresa.

La realizzazione di un sito web impone il sostenimento di costi dall'entità assai variabile, a seconda del servizio offerto all'utente-navigatore, della complessità della realizzazione tecnica, delle modalità di gestione e aggiornamento.
Il sito web è costituito da un'assieme di "pagine"(1) (visualizzabili a un determinato indirizzo, previo collegamento alla rete Internet), che permettono diversi gradi di interazione, dalla mera visualizzazione di informazioni, all'acquisto di beni e di servizi, allo svolgimento di vere e proprie aste on-line tra compratori di tutto il mondo.

Sotto il profilo dell'entità dei costi, si possono distinguere tre macro-categorie di sito web, che rilevano anche agli effetti fiscali:

  1. il sito di contenuto meramente informativo, che si limita a indicare il recapito e, in maniera generica, i servizi forniti da una data impresa. In molti casi tali informazioni sono contenute in "portali" (ovvero siti "contenitore", che si occupano di indirizzare le ricerche dell'utente in determinate materie; si pensi ai siti di alcune associazioni di categoria)
  2. il sito, periodicamente aggiornato, che permette la consultazione delle offerte commerciali e dei prodotti aziendali, salvo rinviare per l'acquisto al recapito dell'impresa
  3. il sito che permette sia la visualizzazione di tali informazioni che l'acquisto on-line di beni (materiali o immateriali) e servizi. In quest'ultimo caso, la realizzazione tecnica diviene particolarmente complessa, comportando la gestione di dati sensibili e il trattamento criptato di informazioni, quali gli estremi delle carte di credito. Quasi sempre la gestione e l'aggiornamento sono effettuati in outsourcing, per evitare all'azienda i costi del personale e dell'aggiornamento software/hardware.


A titolo meramente esemplificativo, si evidenzia che i costi necessari per la realizzazione e gestione di un sito appartenente alla prima categoria possono essere valutati a partire da alcune centinaia di euro, mentre quelli relativi ai siti più complessi possono raggiungere importi anche di centinaia di migliaia di euro.
Diviene quindi assai rilevante stabilirne il corretto trattamento ai fini delle imposte dirette.

Costi sostenuti per il sito web: le indicazioni dei principi contabili e del Tuir
Con riguardo alla natura di tali costi sotto il profilo fiscale, si ipotizza la loro distinzione in:
- Spese di pubblicità, ai sensi dell'articolo 108, comma 2, Dpr 917/86.
In tale ipotesi, il sito - appartenente alla prima o alla seconda categoria - si limita a illustrare i prodotti/servizi aziendali, con l'eventuale ausilio delle tecnologie multimediali (didascalie, immagini, animazioni, musiche...). Il risultato è la creazione di un catalogo on-line sempre aggiornato. Le spese saranno deducibili nell'esercizio "in cui sono state sostenute o in quote costanti nell'esercizio stesso e nei quattro successivi".

- Spese di rappresentanza, ai sensi dell'articolo 108, comma 2, Tuir, nel caso in cui il sito in parola sia realizzato con l'unico scopo di fornire all'utente un'immagine florida della realtà aziendale. Le spese saranno deducibili solo per un terzo del loro ammontare, "per quote costanti nell'esercizio in cui sono state sostenute e nei quattro successivi". Come noto, il Dpr 633/72 (sub articolo 19-bis 1, lettera h) prevede inoltre l'indetraibilità della relativa imposta sul valore aggiunto.
Nonostante tale ipotesi classificatoria possa sembrare un caso di scuola, si pensi all'eventualità di un noto rivenditore di oggetti d'arte (o di accessori per il disegno, eccetera) che realizzi un sito in cui è possibile ammirare e "scaricare" gratuitamente le immagini delle più famose opere d'arte mondiali.
Ebbene, i numerosi utenti appassionati d'arte vedranno campeggiare, nelle pagine web visitate e perfino sulle immagini, il logo aziendale(2).
La fattispecie è riconducibile a quella, decisamente più tradizionale, dei libri d'arte regalati in occasione di festività e caratterizzati dal marchio del donatore. Ciò con la differenza che il messaggio conferente prestigio al logo aziendale raggiungerà un numero maggiore di utenti a costi decisamente contenuti.

- Spese relative a più esercizi, ex articolo 108, comma 3, Tuir. Tra esse, le spese relative al sito web si potrebbero annoverare quali costi d'impianto e d'ampliamento, nel caso in cui il sito costituisca un'espansione dell'attività aziendale in direzioni precedentemente non perseguite.

A tale proposito, sarà opportuno ricorrere ai principi contabili del Consiglio nazionale dottori commercialisti e ragionieri per determinare la natura civilistica dei costi, che si rifletterà direttamente sul loro trattamento fiscale.
Il principio contabile n. 24 (Immobilizzazioni immateriali) chiarisce che "nella più ampia accezione di immobilizzazioni immateriali rientrano anche alcune tipologie di costi che, pur non essendo collegati all'acquisizione o produzione interna di un bene o un diritto, non esauriscono la propria utilità nell'esercizio in cui sono sostenuti. Nella prassi contabile tale tipologia di costi è stata spesso definita con la dizione "oneri (costi) pluriennali".
In particolare, viene evidenziato che "con l'espressione si indicano alcuni oneri che vengono sostenuti in modo non ricorrente dall'azienda in precisi e caratteristici momenti della vita dell'impresa, quali la fase pre-operativa o quella di accrescimento della capacità operativa esistente... in direzioni ed in attività precedentemente non perseguite...".
Tra essi appaiono quindi annoverabili anche quei costi (spesso ingenti) sostenuti per realizzare lo sviluppo dell'attività commerciale nel mondo del web; di conseguenza, il sito non potrà che appartenere alla terza categoria sopra esemplificata.
A tale proposito, si ricorda che le spese relative a più esercizi "sono deducibili nel limite della quota imputabile a ciascun esercizio" (articolo 108, comma 3, Tuir)(3).
Quanto, invece, alla possibilità di patrimonializzare alcune spese di pubblicità, il principio contabile n. 24 precisa che "il legislatore italiano, nell'usare la dizione "costi di ricerca, di sviluppo e di pubblicità" (ha) con ciò inteso includere tra i costi aventi utilità pluriennale anche quei costi che pur essendo nella loro natura oggettiva di carattere pubblicitario, siano nella sostanza ulteriori oneri sostenuti in correlazione agli altri oneri pluriennali propriamente detti, e cioè i costi di impianto e di ampliamento. Tale situazione può verificarsi nella misura in cui i costi di pubblicità siano funzionali, e quindi quasi essenziali, al buon esito del progetto per il quale i costi di impianto e di ampliamento sono stati sostenuti (l'avviare una nuova attività produttiva, il lanciare un prodotto innovativo, eccetera, come in precedenza discusso). Tali costi, inoltre, debbono avere carattere di eccezionalità e non di ricorrenza..."
Se tale patrimonializzazione è incoraggiata ai fini civilistici (si pensi, ad esempio, a un sito web nato per pubblicizzare l'avvio di una nuova linea di prodotti), sotto il versante fiscale, in relazione alla natura oggettiva di tali componenti negativi (spese di pubblicità), si ritiene trovi esclusiva applicazione il comma 2 dell'articolo 108 del Tuir, con le conseguenti variazioni da apportare in sede di dichiarazione.

- Costi di esercizio, ai sensi dell'articolo 109, comma 5, Tuir, con riferimento a costi ricorrenti, sostenuti per l'aggiornamento periodico del sito, e direttamente correlati ai componenti positivi di reddito (relativi, quindi, a un sito appartenente alla terza categoria, ovvero tramite il quale vengono alienati beni o forniti servizi).
Si pensi al caso, molto diffuso, in cui il sito costituisca una consolidata esplicazione dell'attività imprenditoriale, che si avvalga ordinariamente del canale dell'e-commerce per le proprie transazioni on-line.

Osservazioni inerenti il sito web e la sua natura di opera dell'ingegno
Un sito web, dotato di componenti multimediali, potrebbe essere annoverabile, ai sensi dell'articolo 2575 c.c., tra le opere dell'ingegno di carattere creativo. In tal caso, il principio contabile n. 24 evidenzia che "per i beni immateriali soggetti a tutela giuridica ... l'iscrizione (nello stato patrimoniale) costituisce un obbligo...". La disciplina fiscale, ovvero l'articolo 103, comma 1, del Tuir, dispone che "le quote di ammortamento del costo dei diritti di utilizzazione di opere dell'ingegno ... sono deducibili in misura non superiore ad un terzo del costo". Tale disciplina presuppone che il bene partecipi al processo produttivo in modo duraturo (cioè possegga una utilità pluriennale).

Approfondendo la questione, l'articolo 2575 c.c. statuisce che "formano oggetto del diritto di autore le opere dell'ingegno di carattere creativo...". La legge n. 633/1941 dispone, all'articolo 1, comma 2, che sono protette anche "...le banche di dati che per la scelta o la disposizione del materiale costituiscono una creazione intellettuale dell'autore...", precisando, all'articolo 2, che sono compresi nella protezione "...8) i programmi per elaboratore, in qualsiasi forma espressi purché originali quale risultato di creazione intellettuale dell'autore...9) le banche di dati di cui al secondo comma dell'articolo 1, intese come raccolte di opere, dati o altri elementi indipendenti sistematicamente o metodicamente disposti ed individualmente accessibili mediante mezzi elettronici o in altro modo. La tutela delle banche di dati non si estende al loro contenuto e lascia impregiudicati i diritti esistenti su tale contenuto...". Dalle norme richiamate si evince che il sito web, sia per la sua natura di banca dati che per quella, eventuale, di vero e proprio software, risulta protetto dalla legislazione sul diritto d'autore.
E' necessario però sottolineare che la protezione opera solamente in presenza delle caratteristiche di "creatività, originalità e novità" (Cass. civ. n. 10516/94)(4).
In presenza, quindi, della creazione di un sito senza alcuna caratteristica innovativa(5), non dovrebbe essere possibile considerarlo un'opera dell'ingegno, e di conseguenza verrebbe meno l'obbligo civilistico di iscrizione nello stato patrimoniale.
Inoltre, se si fa riferimento alla particolare natura dei beni immateriali (caratterizzati da utilità pluriennale) confrontandola con il sito web, bisogna osservare che quest'ultimo viene costantemente aggiornato e modificato non solo nei dati contenuti(6), ma anche con riferimento alla propria estetica e funzionalità, manifestando una durevolezza assai limitata.
Si ritiene quindi che, nei casi sopra specificati, l'articolo 103 del Tuir non trovi applicazione, in favore dell'articolo 108, comma 3.

Le distinzioni fino a ora operate possono quindi essere così riassunte:

CARATTERISTICHE DEL COSTO CATEGORIA ARTICOLO TUIR
Realizzazione e/o gestione di un sito volto solamente a descrivere/pubblicizzare le attività commerciali dell'impresa
Spesa di pubblicità
108, comma 2
Realizzazione e/o gestione di un sito volto a incrementare il mero prestigio del marchio o dell'azienda
Spesa di rappresentanza
108, comma 2
Realizzazione ex-novo di un sito che permetta lo svolgimento di transazioni (e-commerce)
Spesa relativa a più esercizi
(costo d'impianto e d'ampliamento)
108, comma 3

Realizzazione di un sito web avente natura di opera dell'ingegno di carattere creativo, strumentale allo svolgimento dell'attività commerciale
Costo inerente i diritti di utilizzazione di opere dell'ingegno
103, comma 1

Costi sostenuti per la gestione del sito utilizzato nell'attività commerciale

Costo di esercizio
109, comma 5


I costi "accessori" inerenti la creazione di un sito web
Oltre ai costi conseguenti alla creazione e alla gestione del sito web, di cui si è fatto cenno nella prima parte del contributo, si possono distinguere altre categorie di componenti negativi direttamente inerenti la creazione del sito.
Strettamente accessori a esso, e, si ritiene, non distinguibili dai costi già descritti sono:

  • il canone versato per l'utilizzo dello spazio web, oltre alle eventuali spese per l'utilizzo di un "domain name" (l'indirizzo testuale del sito(7)), se distinte.
  • i costi relativi all'inserimento e all'aggiornamento nel sito web di particolari parole chiave o espressioni che garantiscano la sua facile rintracciabilità tramite i "motori di ricerca"(8).


Il sostenimento di costi non si limita però al momento della realizzazione e aggiornamento del sito web. E' infatti vitale incrementare e, in seconda battuta, mantenere costante l'afflusso di utenti che visitano le pagine web dell'impresa. A tale proposito si possono distinguere:

  • l'inserimento (continuativo nel tempo) dei dati o parole-chiave inerenti il sito web all'interno del database dei più diffusi motori di ricerca (cosiddetta "indicizzazione")
  • l'acquisto a titolo oneroso di una posizione preminente del proprio sito nei risultati dei principali motori di ricerca (spesso rappresentata distintamente dagli altri risultati della ricerca) (9)
  • l'invio di e-mail a potenziali clienti, illustranti ad esempio alcune particolari offerte commerciali presenti nel sito.


Queste attività sembrano rientrare nel novero delle spese di pubblicità ex articolo 108, comma 2, Tuir, nonostante questa tipologia di costi sia così connaturata al sito web - permettendone la rintracciabilità tra milioni di altre pagine - da poter essere considerata, in certi casi (perlomeno nel primo degli esempi), un costo direttamente inerente ex articolo 109 del Tuir.

Con riferimento, invece, al posizionamento - a titolo oneroso - di rinvii o collegamenti automatici al proprio sito inseriti in altri siti web molto popolari (link), anche sottoforma di piccoli annunci abbelliti da disegni e animazioni (banner), i particolari risvolti fiscali di tali pratiche commerciali ne impongono una trattazione distinta.

Natura di link e banner
Il link, come accennato, è un collegamento a un altro sito web; attivandolo, verranno immediatamente visualizzate le pagine web del sito cui si riferisce il collegamento. Il banner funziona in maniera analoga, ma ha maggiore visibilità dovuta al proprio aspetto di inserzione caratterizzata, ad esempio, da scritte lampeggianti o disegni animati(10).
Entrambi vengono inseriti, a pagamento, in siti web frequentati da un gran numero di utenti, quali ad esempio i siti dedicati all'informazione.
Link e banner sono largamente utilizzati sulla rete Internet, tanto che la direttiva 2000/31/Ce, emanata in data 8/6/2000 (relativa a taluni aspetti giuridici della società dell'informazione), ha dettato alcune disposizioni per definirne la natura giuridica.

Il decreto legislativo 70/2003, emanato in attuazione della citata direttiva per "promuovere la libera circolazione dei servizi della società dell'informazione, tra cui il commercio elettronico" (articolo 1, comma 1), statuisce infatti, all'articolo 2, comma 1, lettera C), che debbono essere considerate "comunicazioni commerciali" "...tutte le forme di comunicazione destinate, in modo diretto o indiretto, a promuovere beni, servizi o l'immagine di un'impresa, di un'organizzazione o di un soggetto che esercita un'attività agricola, commerciale, industriale, artigianale o una libera professione. Non sono di per sé comunicazioni commerciali:
1) le informazioni che consentono un accesso diretto all'attività dell'impresa, del soggetto o dell'organizzazione, come un nome di dominio, o un indirizzo di posta elettronica;
2) le comunicazioni relative a beni, servizi o all'immagine di tale impresa, soggetto o organizzazione, elaborate in modo indipendente, in particolare senza alcun corrispettivo".
I nn. 1 e 2 del citato testo di legge appaiono chiaramente riferiti a link e banner; la qualifica di "comunicazione non commerciale"
non è però rilevante ai fini fiscali, come precisato dall'articolo 1, comma 1, lettera A), del decreto(11).
Sarà quindi necessario analizzare la rilevanza fiscale di link e banner applicando le tradizionali categorie del Tuir.

Link e banner: spese di pubblicità o di rappresentanza?
Prima di distinguere le possibili modalità di deduzione dei costi relativi a link e banner, sembra opportuno un breve excursus sulle modalità di distinzione delle due categorie di spese, utile anche per quanto già osservato in tema di costi relativi al sito web.
Per effetto di varie sentenze della Corte di cassazione(12) e di pareri del Comitato consultivo per l'applicazione delle norme antielusive(13) (ad esempio, parere n. 1 del 24/2/2004), oltre che di svariate pronunzie di prassi dell'Amministrazione finanziaria, negli ultimi anni si è registrato un innegabile allargamento della categoria delle spese pubblicitarie a scapito di quelle di rappresentanza, sollecitato dalla nuove tendenze del mercato globale.
Tra le interpretazioni estensive più interessanti, si segnala quella operata dalla risoluzione n. 137/2000, che ha classificato come spese di pubblicità quelle strategie di comunicazione che legano un marchio o un prodotto a iniziative benefiche - il caused related marketing - assai diffuso anche nell'ambito di Internet.

L'Amministrazione, in tale sede, ha evidenziato che "la pubblicità legata unicamente al prodotto ha perso i connotati tipici che l'avevano da sempre caratterizzata nel senso cioè di dover essere razionale e convincere che un prodotto è buono e conveniente. Nuovo modo di concepire una pubblicità del "sociale" piuttosto che una pubblicità del "prodotto" può essere ravvisato in quello che nella terminologia anglosassone viene definito cause related marketing (crm). Termine con il quale si intende una nuova tecnica pubblicitaria - rivolta ai consumatori-cittadini più che ai consumatori clienti - che consiste nel valorizzare un marchio o nel lanciare un prodotto destinando risorse predeterminate o percentuali di ricavi, al restauro di un'opera d'arte o al finanziamento di una struttura pubblica o ancora nell'abbinare il proprio marchio a un'iniziativa di solidarietà sociale o ad un progetto di interesse collettivo".
La risoluzione ha precisato quindi che "si può senz'altro affermare che tra i criteri da seguire per poter distinguere tra spese di pubblicità e spese di rappresentanza, si rileva sempre meno efficace quello incentrato sul collegamento diretto tra pubblicità del prodotto e ricavo, dal momento che, come visto, il prodotto ha cessato di essere l'unico obiettivo della pubblicità stessa, per cedere il posto ad altre strategie commerciali legate all'immagine "sociale" di un'azienda".

Alla luce dei chiarimenti richiamati, immaginare che l'inserimento a titolo oneroso di un link o di un banner possa configurare l'insorgere di spese di rappresentanza appare un'ipotesi residuale, a meno che (ipotesi restrittiva) tali link e banner non facciano riferimento a un sito creato dall'azienda non allo scopo di incrementare la conoscenza dei propri prodotti, ma semplicemente il proprio prestigio.
Mutuando gli esempi dalla categoria classica delle spese di rappresentanza, si potrebbe quindi pensare a un banner che rinvia meramente a un sito o a una pagina che permetta il calcolo degli interessi legali o la conversione di un importo nelle principali valute mondiali, caratterizzato dal logo o marchio aziendale.
Fatta eccezione per tali ipotesi, si ritiene che nella grande maggioranza dei casi l'inserzione di un banner comporti il sostenimento, per l'inserzionista, di spese di pubblicità; anche se, recentemente, si è aperto un ulteriore scenario per la deducibilità di tali costi.

I banner e il procacciamento di affari
Di sicuro interesse, con riferimento alla determinazione della natura dei costi in oggetto, è la risoluzione dell'Agenzia delle Entrate n. 209 del 18/11/2003.
Nella fattispecie presa in esame dall'Agenzia, una società si era impegnata alla promozione di un'offerta commerciale anche attraverso l'inserimento di link/banner su pagine web. In relazione al servizio fornito era stato pattuito a titolo di compenso "un importo fisso a titolo di contributo per gli investimenti necessari a promuovere il servizio ... nonché, in aggiunta, un importo per ogni ordinazione andata a buon fine".
All'istanza, inerente l'eventuale assoggettamento alla ritenuta alla fonte di cui all'articolo 25-bis del Dpr 600/73 dei compensi da corrispondere alla società che avrebbe effettuato la promozione, l'Amministrazione ha risposto in senso affermativo.
Nonostante quanto dedotto dalla società istante, l'Agenzia, rinviando ad alcune pronunce della Corte di cassazione (Cass. sez. III, n. 11244/1996, e n. 1290/2001), ha infatti ritenuto che la prestazione dell'inserzionista consistesse in un'attività di intermediazione finalizzata a favorire la conclusione di affari, poiché in tali casi "è sufficiente che (il procacciatore) ponga in contatto i soggetti interessati i quali concludono il contratto grazie al suo intervento". A tale valutazione è conseguito l'obbligo di applicare la ritenuta alla fonte di cui all'articolo 25-bis del Dpr 600/73. Il link in oggetto, secondo l'Agenzia, "rappresenta lo strumento concreto per la raccolta di proposte di contratti o di ordinazioni e quindi non costituisce l'oggetto della prestazione, ma una modalità per la sua esecuzione".

In effetti, la Corte di cassazione ha precisato che "è elemento comune delle astratte fattispecie della mediazione e del procacciamento di affari la prestazione di una attività di intermediazione diretta a favorire tra terzi la conclusione di un affare ...(ed) è sufficiente, perché nasca il diritto di credito al compenso a favore del mediatore o del procacciatore, che questi ponga in contatto tra loro due o più parti per la conclusione di un affare, che questo venga concluso per effetto del suo intervento (anche di recente Cass. 94-9743) e che la sua attività nota alle parti sia stata quanto meno da loro accettata, nella ipotesi della mediazione, o determinata da un incarico unilateralmente affidato anche tacitamente e desumibile per facta concludentia" (Cass. civ. III, n. 11244/96).
Se il richiamato pronunciamento di prassi dovesse essere considerato applicabile a tutte le fattispecie di inserimento di link o banner, scomparirebbe la sopra ipotizzata dicotomia tra spese di pubblicità e rappresentanza, con la conseguente semplificazione del trattamento fiscale, e la piena deducibilità del costo e detraibilità dell'imposta sul valore aggiunto.
Il costo dell'inserimento di link o banner, infatti, costituirebbe un costo relativo all'intermediazione commerciale del soggetto che ne ha curato l'inserzione, direttamente inerente ex articolo 109, comma 5, del Tuir.

Schematizzando quanto finora precisato con riferimento ai costi "accessori" alla creazione di un sito web, si avrà:

COSTO ACCESSORIO NATURA ARTICOLO TUIR
Link e banner
- Spesa di pubblicità
- Spesa di rappresentanza
- Costo per intermediazione commerciale
108, comma 2
108, comma 2
109, comma 5
E-mail a clienti potenziali
Spesa di pubblicità
108, comma 2
Inserimento di parole chiave nei motori di ricerca ("indicizzazione")
Spesa di pubblicità o costi direttamente inerenti l'attività commerciale
108, comma 2
109, comma 5
Inserimento a pagamento nei motori di ricerca
Spesa di pubblicità
108, comma 2

NOTE:
1) Tali pagine talvolta contengono, a seguito delle recenti evoluzioni in campo software, non soltanto meri dati grafici o testuali, ma anche veri e propri programmi destinati alla visualizzazione degli oggetti in maniera dinamica e/o interattiva.

2) Il sito web dedicato alle opere d'arte servirà quindi da sito di "lancio" del marchio aziendale nei confronti di una folta platea di utenti potenzialmente interessati ai prodotti della società.

3) La circolare ministeriale 108/1996 ha precisato che "la disposizione recata dal comma 3, dell'articolo 74 del Tuir (odierno articolo 108), non individua autonomamente una categoria di spesa da considerare comunque di carattere pluriennale. Si ritiene pertanto che in presenza di spese... per le quali la disciplina civilistica non imponga come obbligatoria l'iscrizione nell'attivo e la conseguente ripartizione in più esercizi, l'eventuale integrale imputazione delle stesse al conto economico dell'esercizio di sostenimento valga anche sul piano fiscale, nel rispetto del principio posto dall'articolo 52 del Tuir".

4) Si evidenzia però che Cass civ., sez. I, 2 dicembre 1993, n. 11953 ha precisato in senso limitativo che "Il concetto giuridico di creatività al quale si riferisce l'art. 1 legge sul diritto d'autore non coincide con quelli di creazione, originalità e novità assoluta, ma rappresenta la personale individualizzata espressione di una oggettività appartenente, esemplificativamente, alla scienza, alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all'architettura, al teatro ed alla cinematografia. Tale creatività non può pertanto essere esclusa solo perché l'opera è composta da idee e nozioni semplici, comprese nel patrimonio intellettuale di persone aventi esperienza nella materia".

5) Si pensi ai molti siti standardizzati realizzati con grafica e impostazioni fornite in automatico dai programmi di web editing.

6) Come evidenziato dall'articolo 2 della legge 633/1941, eventualmente oggetto di separata tutela.

7) Di fondamentale importanza sia perché solitamente si ricollega alla denominazione di un marchio o di un prodotto, sia perché deve risultare di facile memorizzazione per l'utente.

8) Ovvero particolari siti web che permettono di rintracciare tutti i siti mondiali principalmente in base alle parole che contengono. La facile rintracciabilità di un sito per mezzo dei motori di ricerca è essenziale per garantire un cospicuo numero di visitatori.

9) La creazione di un sito commerciale presuppone, in una logica di mercato, la sua immediata rintracciabilità con i motori di ricerca, anche a mezzo dell'indicizzazione tramite le parole chiave (coincidenti con i beni o servizi offerti).

10) Il semplice link può essere testuale (ad esempio, indirizzo o nome del sito web cui rimanda) o avere l'aspetto di una piccola immagine (ad esempio, logo del sito cui rimanda), comunque priva della versatilità e potenzialità del banner.

11) "Non rientrano nel campo di applicazione del presente decreto... i rapporti fra contribuente e amministrazione finanziaria connessi con l'applicazione, anche tramite concessionari, delle disposizioni in materia di tributi nonché la regolamentazione degli aspetti tributari dei servizi della società dell'informazione, fra i quali il commercio elettronico".

12) Ad esempio, Cass. sez. tributaria, n. 7803 del 8 giugno 2000.

13) Il Comitato è interpellabile ai sensi dell'articolo 21 della legge 413/91 sulla qualificazione di determinate spese fra quelle di pubblicità o quelle di rappresentanza.

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AUTORE:

Redazione Fiscooggi

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