Venerdì 27 febbraio 2009

QUANDO LO STATO NON PAGA

a cura di: AteneoWeb S.r.l.
Il ritardo con il quale la pubblica amministrazione regola i propri debiti commerciali è mostruoso. E ogni anno genera una domanda di credito da parte delle imprese di circa 67 miliardi di euro.

Nel decreto anticrisi c'è un timido tentativo di intervenire aumentando la liquidità dei crediti verso la Pa, favorendone la monetizzazione o la cessione a intermediari finanziari. Tuttavia, manca ancora una totale consapevolezza dei costi che una simile situazione procura non solo al sistema produttivo, ma agli stessi conti dello Stato.
Uno dei primi provvedimenti presi dal governo inglese per rilanciare l'economia e attutire gli effetti del credit crunch sul sistema produttivo è stato quello di ridurre da 30 a 8 giorni i termini contrattuali entro i quali il settore pubblico paga i propri fornitori.
In Italia il mostruoso ritardo con il quale la pubblica amministrazione regola i propri debiti commerciali è recentemente entrato nel dibattito economico ed è stato oggetto di un timido provvedimento governativo nell'ultimo "decreto anticrisi". Tuttavia, non vi è ancora totale consapevolezza dei costi che una simile situazione procura non solo al sistema produttivo, ma agli stessi conti dello Stato. Vale allora la pena chiarire come alcuni semplici provvedimenti potrebbero, riducendo l'incertezza e aumentando la liquidità di tali crediti, apportare significativi benefici a tutti gli attori.

DA NOVANTA A NOVECENTO GIORNI

In Italia la pubblica amministrazione paga contrattualmente i propri fornitori generalmente a 90 giorni a cui, tuttavia, vanno aggiunti mediamente altri 135 giorni di ritardo, con punte di oltre 900 giorni. Dato che ogni anno l'amministrazione pubblica acquista dal settore privato beni e servizi per oltre 125 miliardi di euro (circa l'8 per cento del Pil), il ritardo dei pagamenti del settore pubblico genera una domanda di credito da parte delle imprese di circa 67 miliardi di euro, pari a quasi un quarto del totale degli impieghi a breve erogati dalle banche alle imprese. (1)
Tale domanda di credito appare, per altro, distribuita in maniera tutt'altro che omogenea a livello geografico, settoriale e dimensionale, poiché generalmente le imprese più colpite sono quelle piccole, localizzate al Sud e che operano nel settore farmaceutico, biomedicale, delle costruzioni e dei servizi.
Il problema di questi crediti non risiede soltanto nella loro dimensione e nel fatto che oggi il costo unitario del debito privato a breve è quattro volte più alto rispetto a quello pubblico, poiché un'impresa mediamente paga un tasso di oltre il 5,5 per cento contro l'1 per cento di un Bot a tre mesi, ma anche nell'estrema incertezza nei tempi e nei modi con i quali vengono liquidati. Da un lato, infatti, un'azienda non conosce con esattezza il ritardo con il quale i suoi crediti verranno regolati e in alcuni casi la varianza del ritardo è piuttosto elevata. Dall'altro, i crediti risultano spesso incerti e difficilmente liquidabili o utilizzabili quali garanzie, giacché in questi anni il settore pubblico ha cercato di tutelare in tutti i modi i suoi interessi: alcuni crediti non sono cedibili; quando lo sono, possono essere ceduti una volta solo con un atto notarile; il riconoscimento del debito spesso risulta lungo e complesso da parte dell'ente pubblico (il quale ha 45 giorni, in precedenza erano 15, per rifiutarla) e soprattutto mai completamente certo. Infatti, l'articolo 48bis del Dpr n. 603/1973, una vecchia legge per molto tempo rimasta inapplicata, che prevedeva la compensazione dei crediti vantati dall'impresa con le somme dovute all'Erario, ha recentemente trovato un'attuazione, il decreto ministeriale n. 40 del 18 gennaio 2008, che va ben al di là della legittima tutela degli interessi pubblici. Infatti, prevede il blocco indiscriminato di tutti i pagamenti dovuti all'impresa da parte di un qualsiasi ente pubblico, anche se gli importi in questione risultano superiori a quanto dovuto all'Erario, tali crediti sono sorti in precedenza o sono stati ceduti in maniera definitiva a un intermediario finanziario. A tutto questo va aggiunto che recentemente la Regione Campagna, nella legge finanziaria per il 2009, ha vietato ai fornitori della sanità regionale il pignoramento dei beni di Asl e aziende ospedaliere inadempienti.
La tutela indiscriminata del debitore pubblico, che, di fatto, può pagare quando e come vuole i propri fornitori, finisce tuttavia per ritorcersi contro la stessa pubblica amministrazione. È, infatti, abbastanza logico che il settore privato tenda ad anticipare e a scaricare, almeno in parte, sullo stesso settore pubblico in termini di prezzi di vendita più alti i maggiori oneri, stimabili in oltre 3,5 miliardi. (2)
A tali costi diretti vanno aggiunti una serie molto lunga di costi indiretti: le imprese che vantano crediti commerciali eccessivi verso la pubblica amministrazione tendono, almeno in parte, a scaricarli verso i loro fornitori, allungando i termini di pagamento di tutta la filiera; un sistema economico con termini di pagamento più lunghi è più soggetto a costi amministrativi, contestazioni, truffe e in definitiva è meno efficiente. Non a caso l'Unione Europea già dal 2000 aveva introdotto una direttiva volta a tutelare la puntualità e correttezza dei pagamenti, sanzionando pesantemente ritardi e abusi.

CERTEZZA E LIQUIDITÀ DEI CREDITI

Il decreto così detto anticrisi approvato dal Parlamento lo scorso 27 gennaio cerca timidamente di aumentare la liquidità dei crediti verso la pubblica amministrazione, favorendone la monetizzazione o cessione a intermediari finanziari. In particolare, il testo stabilisce che "su istanza del creditore di somme dovute per somministrazioni, forniture e appalti, le Regioni e gli enti locali (...) possano certificare, entro il termine di venti giorni dalla data di ricezione dell'istanza, se il relativo credito sia certo, liquido ed esigibile, al fine di consentire al creditore la cessione pro soluto a favore di banche o intermediari finanziari (...)". (3)
Tuttavia, la norma ha validità solo per l'anno in corso; non riguarda le amministrazioni centrali, come i ministeri, e gli enti strumentali, quali le Asl e simili; è vincolata alla disponibilità di risorse definite in base al patto di stabilità interno; e soprattutto non è vincolante neppure per le amministrazioni coinvolte che "possono", ma non "devono" certificare i crediti.
È auspicabile che qualche miglioramento possa essere introdotto in fase di emanazione dei decreti attuativi, tuttavia appare chiaro che un approccio più globale al problema è assolutamente necessario sia nell'interesse del settore privato che dello Stato. Pur comprendendo che in questo momento i conti pubblici non consentono una immediata "normalizzazione" dei tempi di pagamento della pubblica amministrazione, una maggior certezza e liquidità dei crediti potrebbe ridurre il fardello privato migliorando contemporaneamente i conti dello Stato.

di Rony Hamaui

Note:
(1) La domanda di credito aggiuntiva da parte delle imprese è data dal rapporto fra il valore dei bene acquisiti (125) ed il ritardo medio oltre quello standard del credito commerciale (90+135-45=180 giorni, cioè 1/2 anno):
(2) I maggiori oneri finanziari che le imprese sopportano e che tendono nel lungo periodo a scaricare sui prezzi sono dati dal maggior credito (67) per il costo unitario del credito (5,5%).
(3) Decreto legge 185/2008 articolo 9 comma 3bis.

Fonte: www.lavoce.info
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