Lunedì 18 luglio 2005

LA CINA E' VICINA. NELL'INNOVAZIONE

a cura di: AteneoWeb S.r.l.
fonte: www.lavoce.info

Negli ultimi tempi si è molto discusso di dazi sulle importazioni di prodotti tessili dalla Cina. E di dumping. La Cina appare come una grande minaccia per alcuni settori in cui l'Italia ha tradizionalmente una posizione di vantaggio competitivo, quali il tessile e il calzaturiero. I produttori cinesi - l'argomento prosegue - violano le "regole del gioco" grazie al basso costo del lavoro, alla scarsa tutela dei diritti dei lavoratori e, infine, all'imitazione dei marchi italiani di qualità. Da qui la necessità di imporre dazi e altre misure protezionistiche che tutelino la posizione dei produttori italiani.

La sfida

Non ci sono dubbi sul fatto che il rapido sviluppo dell'economia cinese rappresenti una sfida fondamentale per il sistema produttivo italiano. Tuttavia, focalizzarsi sul problema dei dazi, del cosiddetto dumping, della "disonestà" dei produttori cinesi blocca il dibattito in una battaglia di retroguardia che non coglie l'aspetto più rilevante del caso cinese per l'Italia e l'Europa.
La Cina rappresenta una grande sfida, ma anche una grande opportunità.
Una grande sfida perché sta ampliando la sua produzione anche sui prodotti medium-tech e high-tech. L'immagine di un sistema produttivo che compete solo sul basso costo del lavoro appare, nel migliore dei casi, come una mezza verità. La specializzazione settoriale cinese sta cambiando rapidamente, spostandosi dai settori tradizionali (dove il basso costo del lavoro rimane la principale fonte di vantaggio competitivo) verso i settori dove le competenze, l'innovazione e gli investimenti in ricerca e sviluppo svolgono un ruolo fondamentale. Anche se completamente assente dal dibattito nostrano, il punto fondamentale da ricordare è che le esportazioni cinesi in settori tecnologicamente avanzati stanno aumentando rapidamente. Il tasso di crescita delle esportazioni high-tech cinesi dalla metà degli anni Novanta ha superato il 20 per cento annuo, di gran lunga superiore ai tassi di crescita delle esportazioni manifatturiere cinesi e a quelli delle esportazioni high-tech di paesi quali Taipei, Hong Kong, Corea, Stati Uniti ed Europa. È vero che il livello di partenza era relativamente ridotto, ma la performance cinese è assolutamente eccezionale. Dinamica assai diversa rispetto all'Italia, che continua a mostrare una specializzazione internazionale bloccata sui settori tradizionali, e che casomai si sta despecializzando nell'alta tecnologia
Va aggiunto che la presenza di centri di ricerca e sviluppo aperti da imprese straniere in Cina è in forte espansione. Sono ormai dieci anni che il Governo cinese punta ad attrarre investimenti esteri in settori a media e alta tecnologia, offrendo incentivi di varia natura alle imprese dei paesi avanzati che vanno in Cina per investire in innovazione (e non solo alle imprese cinesi che investono in R&S). Certo, in Cina si fa ancora molto più sviluppo che ricerca applicata e ricerca di base, ma i trend di crescita sono ormai ben chiari. È stato stimato che sono presenti in Cina più di quattrocento laboratori non cinesi di R&S, con un ampio uso di ingegneri cinesi, numerosi e a basso costo.
Non a caso, in una recente indagine promossa dall'Economist Intelligence Unit http://www.eiu.com/site_info.asp?info_name=eiu_scattering_seeds_of_invention, la Cina emerge come la destinazione preferita in termini di localizzazione degli investimenti di ricerca e sviluppo dai top manager di un campione di imprese Ocse, davanti a Stati Uniti, India, Regno Unito e Germania.

Le opportunità

Lo sviluppo recente del sistema produttivo e innovativo cinese offre una grande opportunità alle imprese capaci non solo di portare in Cina impianti e capacità produttive, ma anche di accettare la sfida dell'innovazione e dello sviluppo di competenze. Infatti, l'economia cinese, grande e in rapida crescita, rappresenta uno sbocco per i prodotti di consumo, e per chi intende portarvi le competenze ingegneristiche e scientifiche necessarie a sviluppare una rete infrastrutturale ancora inadeguata alle esigenze di una moderna economia industriale. Non è sui dazi all'importazione che si gioca la partita, ma su come entrare sul mercato cinese e come fare joint venture con imprese cinesi in Cina. Questa è la sfida competitiva. Invece che difendere posizioni di pura rendita, nel medio periodo indifendibili, occorre puntare sui settori in cui alcune imprese italiane hanno ancora una posizione di riconosciuta leadership tecnologica e manageriale e da questa posizione di forza entrare nel sistema cinese. Sul fronte del costo del lavoro, la battaglia è già persa. Solo le imprese che vogliono internazionalizzare produzione e ricerca, e che hanno qualcosa da offrire in termini di tecnologia e competenze avanzate, possono pensare a un ingresso sul mercato cinese. Qui, la realtà può essere abbastanza problematica per molti. Ma non per tutti. Esistono ad esempio casi di successo nell'impiantistica, società di engineering, microelettronica, meccanica, robotica, diagnostica e pneumatici.

I diritti della proprietà intellettuale

Per queste imprese italiane innovative il problema non sono né i dazi né il costo del lavoro. Per chi vuole competere e internazionalizzarsi i veri problemi derivano da un sistema di protezione dei diritti di proprietà intellettuale (Ipr) ancora troppo debole e da debolezze strutturali nella corporate governance delle imprese pubbliche e private cinesi. A questo livello, la partita si gioca in Cina e negli organismi internazionali preposti al controllo del rispetto degli Ipr. Per l'Italia, il rischio del dibattito sui dazi è che si focalizzi ancora una volta sulla difesa di un pattern di specializzazione settoriale che ci condanna sempre più ai margini della competizione internazionale tra paesi avanzati, piuttosto che su attori e strumenti che potrebbero consentire al paese di rifocalizzare le proprie - enormi - energie imprenditoriali verso quei settori che offrono prospettive di sviluppo nel lungo periodo.

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