Lunedì 26 novembre 2012

Il ruolo del professionista nel fallimento, occhio ai consigli fraudolenti

a cura di: AteneoWeb S.r.l.
Commercialisti e avvocati, la Legge Fallimentare non fa sconti.
Nel caso in cui i professionisti forniscano consigli deprecabili o agevolino l'operato distrattivo dell'imprenditore in crisi, è configurabile in capo ai consulenti il reato di concorso in bancarotta fraudolenta. A stabilirlo è la Corte di Cassazione con sentenza n. 39988 del 9 ottobre 2012, mettendo sull'attenti gli specialisti del settore.
Il contendere riguardava una società a responsabilità limitata dichiarata fallita a fine 2003 dal Tribunale di Ancona. Il delitto di bancarotta fraudolenta era stato contestato ad amministratori reali e di fatto, al commercialista consulente ed al liquidatore della procedura. La Corte d'appello di Ancona, sulla base delle rilevanze documentali a disposizione, aveva confermato ad aprile del 2011 la decisione di primo grado. In contrapposizione a tale giudizio, i soggetti sopra citati presentavano dunque ricorso dinanzi alla Suprema Corte per mancanza di motivazione in riferimento al contributo fornito alla distrazione messa in atto e per erronea applicazione dell'articolo 216 della Legge Fallimentare, che delinea le features fondamentali del reato in questione.
Gli Ermellini hanno però rigettato i ricorsi, confermando la responsabilità in capo agli attori del misfatto. In tema di reati fallimentari infatti, la Cassazione ha sancito in via definitiva la punibilità della condotta dei professionisti coinvolti, allargando lo spettro delle pene principali e accessorie anche ai consulenti esterni. Scorrendo la sentenza, tre sono le attività messe al bando qualora i commercialisti o esercenti la professione legale siano al corrente dei propositi illeciti dell'imprenditore o degli amministratori:
  • elaborazione di pareri o suggerimenti tesi ad utilizzare strumenti giuridici per abbattere la massa attiva fallimentare, sottraendo di fatto disponibilità a creditori e portatori d'interesse;
  • assistenza nella stesura di contratti o negoziati volti a configurare azioni illecite di cui al punto precedente;
  • messa in atto di attività dirette a garantire la mancata punibilità del proprio assistito o destinate a rafforzare i propositi criminosi del cliente.

La sentenza conferma quanto già stabilito a gennaio dell'anno in corso, quando due professionisti coinvolti nel piano di risanamento di una srl erano incappati nel reato di bancarotta fraudolenta (sentenza n. 121 datata 9 gennaio 2012 della quinta sezione penale della Corte di Cassazione). Nel caso di specie, commercialista e avvocato avevano avuto un ruolo chiave nella cessione di rami produttivi dell'azienda a due Newco, create ad arte per svuotare il soggetto in crisi e salvare le poche attività dal dissesto (e soprattutto dall'avvento dei creditori). Il prezzo di locazione però concesso alle nuove società era di fatto irrisorio in riferimento al valore delle attività cedute, delineando in maniera inequivocabile la fattispecie criminosa.
Nel corso degli ultimi anni, il ruolo del professionista di crisi d'impresa è inevitabilmente divenuto delicatissimo e vitale per l'intera sistema economico. Molti operatori di mercato sono infatti a rischio default per le precarie condizioni finanziare interne e le difficoltà di reperimento del credito, situazione in molti casi aggravata da una netta sottocapitalizzazione derivante da un'avventata gestione patrimoniale condotta negli anni precedenti. Ecco allora che commercialisti ed esperti del settore si assurgono a consiglieri fidati e ciambelle di salvataggio per uscire dalla tempesta e rimettersi sulla rotta giusta. Un comportamento professionale e volto alla legalità dell'operato dei clienti assisiti è dunque condizione necessaria per garantire rispetto ai creditori, oltre che in termini di credibilità della posizione e del ruolo ricoperti.

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