Lunedì 8 agosto 2005

IL FISCO MADE IN ITALY BATTE QUELLO USA A COLPI DI 'CLICK'

a cura di: FisconelMondo.it
L'Italia si conferma ancora una volta la Silicon Valley della telematica tributaria mondiale e leader indiscusso nel passaggio all'era del byte
Se si considera il flusso complessivo delle risorse investite nell'ultimo decennio dagli Usa per lo sviluppo, a livello federale, del fisco telematico, si raggiunge un volume la cui taglia è almeno 20 o 30 volte superiore a quella messa in campo dal Fisco italiano nel medesimo periodo. Nonostante tale differenza contabile, l'Amministrazione tributaria italiana si è però rivelata capace di rivaleggiare ad armi pari con quella Usa e, in taluni casi, di contenderle un primato che le appartiene da sempre.

Anche nel 2005, nonostante l'incremento globale del volume degli investimenti volti a potenziare la diffusione dell'e-government in ambito nazionale ed internazionale, peraltro associati agli sforzi contabili e di sviluppo del know-how interno esibiti da diverse Amministrazioni tributarie, non soltanto in Europa ma anche al di fuori dei confini del Vecchio Continente, per ridurre il profilo cartaceo del fisco sostituendolo con la metrica moderna dominata dai linguaggi informatici, il Paese che sale sul podio planetario del fisco telematico confermandosi leader indiscusso nel passaggio dall'era della carta a quella egemonizzata, almeno all'apparenza, dal byte, è l'Italia.

Prosegue la rivalità con gli States

Naturalmente, osservando i dati e l'orizzonte internazionale relativi alla informatizzazione del pianeta Fisco, l'unico competitor reale dell'Agenzia delle Entrate italiana si conferma, anche quest'anno per la muscolarità esibita, l'Internal Revenue Service, ovvero l'Amministrazione tributaria che garantisce le entrate fiscali destinate ad alimentare i motori della locomotiva economica mondiale, gli Stati Uniti. A questo riguardo però, i dati raccolti di recente, peraltro non ancora definitivi in quanto relativi all'ultimo trimestre aprile-giugno, dimostrano che nel 2005, come già accaduto nel triennio passato, la rincorsa del Fisco telematico a stelle e strisce è destinata ad arrestarsi sul podio in odore d'argento piuttosto che di oro. Infatti, pur non essendo chiusa completamente la finestra d'invio delle dichiarazioni, alcuni milioni di soggetti possono godere di una lunga proroga dei termini per regolarizzare la loro posizione con il Fisco di Washington, il risultato della crociata pro-byte delle tasse e delle imposte americane anche quest'anno si arresterà ben al di sotto degli esiti confermati dal Fisco italiano.

I numeri del fisco telematico made in Usa

In pratica, pur avendo ricevuto quest'anno ben 67 milioni di dichiarazioni individuali tramite le autostrade informatiche aperte dalla Rete, l'Irs dovrà contestualmente provvedere ad archiviare oltre 60 milioni di dichiarazioni residuali ricorrendo alle pratiche oramai arcaiche che presiedono alla prassi legata alla registrazione cartacea dei documenti fiscali. Per il Paese che ospita all'interno dei suoi confini i laboratori della mitica Silicon Valley non si tratta di una performance facilmente accettabile. Infatti anche nel biennio 2004-2005 il volume degli investimenti dedicati al rafforzamento del capitolo riservato alla informatizzazione del dialogo tra Fisco e contribuenti è cresciuto in maniera significativa. In pratica, se si considera il flusso complessivo delle risorse investite nell'ultimo decennio dagli Usa per lo sviluppo, a livello federale, del fisco telematico, si raggiunge un volume la cui taglia è almeno 20 o 30 volte superiore a quella messa in campo dal Fisco italiano nel medesimo periodo che, nonostante tale differenza contabile e di mezzi disponibili, si è però rivelato capace non soltanto di rivaleggiare con l'Amministrazione tributaria statunitense, almeno in tale settore, ma di costringerla ripetutamente a osservare il vertice del podio riservato ai principali protagonisti del fisco telematico mondiale dal basso verso l'alto.

Il confronto sul "fisco fai da te"

Naturalmente, se si confrontano i numeri relativi al cosiddetto "fisco-fai-da-te", ovvero, l'inclinazione esibita dai contribuenti individuali a compilare e inviare la propria dichiarazione dei redditi al riparo delle mura di casa, magari adagiati comodamente in salotto, in questo segmento la predisposizione dei contribuente statunitense sembra davvero smisurata. Infatti, quest'anno oltre 16 milioni di americani hanno fatto ricorso al "fai-da-te". In Italia invece si è andati semplicemente oltre 300mila. Un gap che deve però tener conto del tasso piuttosto distante relativo alla penetrazione della Rete all'interno delle famiglie italiane a confronto con quello registrato negli Usa. Infatti, mentre nel nostro Pese la finestra offerta da Internet è disponibile in circa 4 famiglie su 10, negli States si è oramai vicini alla soglia delle 8 famiglie su 10. Dunque, almeno in riferimento alla diffusione della Rete, è l'Italia che resta indietro.

- Raffronto, in riferimento al numero complessivo dei contribuenti, delle dichiarazioni individuali dei redditi trasmesse tramite la Rete nel corso dell'ultima stagione fiscale in Italia e negli Usa.
Fonti: IRS e Agenzia delle Entrate. (I valori riportati nel grafico sono espressi in milioni).

- Dichiarazioni dei redditi in formato file compilate e trasmesse in riferimento all'ultimo anno d'imposta.
Fonte: Agenzia delle Entrate (i valori riportati nel grafico sono espressi in milioni).

- Le dichiarazioni dei redditi compilate ed inviate in formato file nel corso dell'ultima stagione fiscale che si è chiusa al termine del mese di aprile, anche se circa 10 milioni di contribuenti individuali possono ancora godere di una proroga supplementare dei termini per la presentazione della dichiarazione.
Fonte: IRS (i valori riportati nel grafico sono espressi in milioni).

Se il digital divide abita nel cuore della "Repubblica" Usa dell'informatica

E' piuttosto sorprendente analizzare i dati recenti relativi all'uso e alla diffusione del fisco telematico negli Stati Uniti giungendo alla conclusione che, all'interno del Paese che per primo ha cavalcato la tigre del boom dell'informatica e della diffusione di Internet, esistano invece dei gap davvero significativi tra i diversi Stati che fanno parte dell'Unione. In pratica, si tratta di un vero e proprio digital divide che contrappone i motori tradizionali dell'economia statunitense, soprattutto le città della costa come Los Angeles e New York, alla provincia americana piuttosto sonnolenta e ancora distante dall'esibire un appeal rilevante nei riguardi dell'informatica. E questo sia in termini di inclinazione personale di chi vi abita che sul versante degli investimenti che scivolano sui capitoli dei servizi dedicati ai contribuenti su mandato degli esecutivi dei singoli Stati.

Naturalmente, scoprire che il fenomeno del digital divide interessi anche la superpotenza mondiale piuttosto che essere derubricato semplicemente ai rapporti tra primo, secondo e terzo mondo, desta sempre delle riflessioni. In pratica, si tratta di un errore iniziale di strategia messo in capo dai responsabili del Fisco di Washington. Infatti, la scelta dell'abbraccio diretto e immediato tra fisco e contribuenti, legato alle autostrade aperte dall'uso e dalla diffusione di Internet, ha finito per esasperare il dialogo diretto con i vari soggetti interessati. Il risultato è piuttosto evidente. Mentre 2/5 delle dichiarazioni telematiche dei redditi transitano dalla California, dal Texas, dalla Florida, da New York e dal Michigan nei data base del fisco federale, il numero restante di documenti proviene dagli altri Stati, ben 45. Esiste quindi una sproporzione davvero significativa nella diffusione di uno strumento che dovrebbe favorire egualmente tutti i contribuenti, in maniera irrispettosa dello Stato entro il quale casualmente risiedono e che, al contrario, costituisce attualmente un criterio rilevante di discrimine nel godimento di un sevizio il cui profilo è federale e affatto statuale. Non sorprende quindi scoprire che in alcuni Stati, come il Vermont, il Dakota, il Montana e perfino il mitico e arcinoto Delaware per le cronache fiscali, le dichiarazioni inviate quest'anno in formato file non abbiano superato, considerate nell'insieme, la soglia del milione.



- La top five degli Stati dell'Unione con maggiore propensione nei riguardi del fisco telematico.
Fonte: Irs (i dati riportati nel grafico sono espressi in milioni).



 

- Fonte: IRS (i valori riportati nel grafico sono espressi in migliaia).

La ricetta italiana: le ragioni del successo

La strategia italiana si è rivelata più lungimirante, nonostante la scarsezza dei mezzi disponibili e il moderato tasso di diffusione della Rete nelle case dei contribuenti italiani. In pratica, piuttosto che esasperare il rapporto diretto con i contribuenti, si è fatto ricorso, fin dall'inizio, ovvero, a partire dal 1998, alla mediazione e collaborazione da sviluppare e rafforzare con gli ordini professionali, con i patronati, con gli esperti e i consulenti in materia di fisco e tributi, erigendo le fondamenta di un dialogo non sempre facile ma, nel medio e lungo periodo, decisamente proficuo, soprattutto per i cittadini e per gli utenti. Gli intermediari abilitati, denominazione sotto la quale questa variegata molteplicità di attori viene raccolta, hanno accettato il dialogo con l'Amministrazione tributaria avviando un ponte sul quale oramai da anni ha luogo una collaborazione franca e aperta, priva delle zavorre arcaiche legate ad esperienze decennali che presupponevano soltanto la fase della contrapposizione tra fisco, ordini, associazioni e, naturalmente, contribuenti, piuttosto che quella del dialogo e del confronto. Oggi i risultati di tali scelte sono evidenti. Il fisco italiano infatti siede sul podio del fisco telematico mondiale, mentre i colleghi statunitensi, inventori della saga dell'e-government associato a tasse e imposte ci osservano da dietro.

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