Martedì 4 gennaio 2011

FACCIAMO UN PO' DI LUCE SUL LAVORO NERO

a cura di: www.lavoce.info
L'andamento del tasso di irregolarità nel periodo 1980-2009 suggerisce che esistono elementi particolarmente resistenti alle politiche anti-sommerso. Perché sono fattori di natura strutturale. Ma se siamo di fronte a un tasso sistemico di sommerso, solo con politiche e riforme a spettro e durata altrettanto ampia si può sperare di ottenere risultati visibili e persistenti. Tuttavia, se l'intento è lo sradicamento del lavoro nero, allora lo strumento migliore è la realizzazione di una pubblica amministrazione onesta e funzionale.
L'Italia è uno dei pochi paesi a poter contare su una serie storica ufficiale del lavoro nero. La fonte è l'Istat, che pubblica i dati con discreta regolarità. La contabilità nazionale parla di lavoro irregolare per quelle prestazioni lavorative che non rispettano la normativa vigente in materia fiscale-contributiva. Dalla stima rimangono escluse tutte le diverse forme di nero "parziale" per le quali, non a caso, si parla di lavoro grigio: ridotto pagamento dei contributi, sotto-inquadramento, retribuzione fuori busta, e così via. Più in generale, non si può pretendere la perfezione in casi simili. Detto ciò, i dati dell'Istat sono comunque sufficientemente affidabili e, partendo dal 1980, consentono di trarre utili indicazioni sull'efficacia delle politiche anti-sommerso in un'ottica di lungo termine.

TRENT'ANNI DI TASSO DI IRREGOLARITÀ

Fonte: Istat. Il tasso di irregolarità è il rapporto tra il numero di unità di lavoro irregolari e quelle totali.

Il grafico mostra che nell'ultimo trentennio il tasso di irregolarità complessivo non si è discostato in modo significativo rispetto al valore medio del periodo (12,5 per cento). La più evidente rottura della serie si è avuta in coincidenza delle legalizzazioni di immigrati irregolari (più di 600mila) legate alla cosiddetta legge Bossi-Fini, approvata nel 2002 e con effetti fino al 2003. Certo, si osserva anche che negli ultimi anni siamo rimasti al di sotto del picco pre-regolarizzazione registrato nel 2001. E si può anche ipotizzare che in assenza degli interventi realizzati, il problema sarebbe oggi ancora più grave.
Ad esempio, i dati più recenti relativi al settore delle costruzioni mostrano un certo miglioramento, segno che, forse, l'introduzione del Durc (documento unico di regolarità contributiva) ha stimolato la regolarità. Tuttavia, a meno di immaginare sistematiche legalizzazioni di massa - il che, oltretutto, si scontra con il fatto che la quota degli irregolari non residenti è inferiore al 13 per cento - sembra che la congerie di interventi finalizzati all'emersione non sia stata in grado di incidere né sensibilmente né permanentemente sul lavoro nero nel suo complesso. Il tasso di irregolarità del 2009 (12,2 per cento) è poco al di sotto della media del trentennio, e in aumento rispetto all'11,9 per cento del 2008. Tra l'altro, l'incremento della quota si è avuto non solo per la forte riduzione del lavoro regolare, ma anche per la crescita assoluta del sommerso (ottomila unità a tempo pieno). Quantomeno a livello aggregato, dunque, la recente crisi pare abbia reso il lavoratore regolare, specie quello flessibile, meno "sicuro" di quello irregolare.

EVASIONE E LAVORO NERO

Tornando all'ottica qui privilegiata del lungo termine, si è già osservato come l'andamento del tasso di irregolarità nel periodo 1980-2009 suggerisca l'esistenza di elementi particolarmente resistenti alle politiche attuate. Il punto essenziale è che questi elementi sono di natura strutturale. Ma se siamo davvero di fronte a un tasso sistemico di sommerso, solo politiche e riforme a spettro e durata altrettanto ampia possono sperare di ottenere risultati visibili e persistenti. La tendenza del sommerso a tornare ai livelli storici mostra, però, che la strada delle riforme è particolarmente lunga e irta di difficoltà.Èdunque ingiusto dire che le politiche di emersione hanno fallito, poiché si tratta di una questione di sistema-paese.

Due indagini ad hoc aggiungono ulteriori dettagli. I risultati della Banca d'Italia informano che, secondo i cittadini italiani, la più importante causa della scarsa volontà di pagare le tasse è la presenza di evasione. (1) Ovvero: si evade soprattutto perché c'è evasione. L'Isae, intervistando gli imprenditori, evidenzia poi che il principale movente dell'evasione sembra risiedere soprattutto nei lacci e laccioli di natura burocratica. (2) Anche se evasione e lavoro nero sono manifestazioni non proprio identiche, si può comunque pensare che ai problemi strutturali - fonte di lavoro sommerso - possa associarsi un meccanismo di autoalimentazione che rende il problema ancor più persistente.

Una pubblica amministrazione in grado di aumentare la probabilità che gli evasori vengano rapidamente scoperti e adeguatamente puniti può senz'altro aiutare a bloccare la spirale perversa tra privati. Difficilmente, tuttavia, una politica esclusivamente repressiva può risultare sufficiente. Vivere in un sistema economico dove una delle poche abilità del governo consiste nel punire gli evasori innescherebbe una diversa spirale, questa volta tra privati e fisco: "fatta la legge, trovato l'inganno". Siamo davvero sicuri che vincerebbe il fisco? La letteratura economica insegna che il sommerso è fenomeno mutevole e che ci vuole anche la "carota" evitando, però, i condoni, che sono una resa del governo in grado di esasperare l'autosostentamento del sommerso. Tra i vari interventi validi c'è invece senz'altro quello di offrire la necessaria quali-quantità di servizi pubblici al prezzo di una giusta pressione fiscale. La logica del lavoro nero "istituzionale" è che ci si sommerge sia per evitare l'invadenza di una burocrazia opprimente e corrotta, sia per sopperire alle carenze della Pa. Non è raro sentir dire che il sommerso, in fondo, colma l'inadeguatezza del welfare ufficiale. Un altro esempio di resa dello Stato, verrebbe da dire. Spesso, i "balzelli istituzionali" predispongono verso l'irregolarità più del cuneo fiscale-contributivo: l'efficacia del Durc, in effetti, può essere collegata al fatto che è un miglioramento qualitativo (una semplificazione) della Pa. E ancora, una spesa pubblica mal - se non fraudolentemente - gestita può limitare l'efficacia di pur validi e ben mirati interventi di contrasto al nero.

I dati Istat a livello regionale evidenziano come il Mezzogiorno continui a essere l'area in cui le politiche di contrasto al nero risultano meno efficaci. Probabilmente, anche l'arretratezza istituzionale gioca un suo ruolo. Più in generale, l'effetto contagio tra lacune o vizi pubblici e "immersioni" private può essere molto forte, inevitabilmente intaccando l'efficacia di medio-lungo termine della strategia anti-sommerso. Purtroppo, bastano pochi corrotti o fannulloni per annichilire la reputazione di molti onesti.
In conclusione, le misure direttamente volte a contrastare il lavoro nero sono importanti per frenarne lo sviluppo. Ma se l'intento è quello di sradicarlo, di abbatterlo in modo significativo e duraturo, allora la realizzazione di una pubblica amministrazione onesta e funzionale andrebbe considerata - e finanziata - tra le riforme prioritarie.

di Maurizio Bovi

* Le opinioni espresse qui sono personali e non necessariamente impegnano l'Isae. Per saperne di più, Bovi, M. (2005) "The Dark, and Independent, Side of the Italian Labor Market", Labour, 19, 4.

(1)Vedi il dossier su lavoce.info del 25.9.2006.
(2)Isae, "Il sommerso: cause, intensità territoriali, politiche di regolarizzazione", aprile 2002, scaricabile dal sito:http://www.isae.it/cap3_estratto_rapp_trim_04_02.pdf

Fonte: www.lavoce.info
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