Lunedì 10 ottobre 2005

ESCLUSA DA IVA LA GESTIONE DEI BAR DEI CIRCOLI

a cura di: Fiscosport S.r.l.
a cura del Dottor Andrea Liparata, dottore commercialista in Roma, consulente regionale Fiscosport per il Lazio

La Corte di Cassazione, Sezione Tributaria, con la sentenza del 20/09/2005 n.18560 ribadisce l'esclusione ai fini dell'IVA per le somministrazioni di alimenti e bevande all'interno dei circoli. Quest'ultimo intervento della Cassazione si allinea alla precedente sentenza n.280/2004, e afferma nuovamente il principio secondo cui l'attività di bar svolta all'interno di circoli e in favore di associati è da qualificare fuori dal campo di applicazione dell'IVA.
Gli elementi di precisazione della Corte di Cassazione.

La Corte afferma che in presenza di circoli aventi finalità nel campo culturale, ricreativo sportivo ed assistenziale, la gestione di un bar a favore degli associati sia da qualificare come attività accessoria a quella istituzionale, in quanto mezzo volto a consentire la migliore permanenza presso il circolo. Nella predetta pronuncia in particolare si precisa:

  1. l'attività di bar è riconducibile alla fattispecie di esclusione da IVA prevista dall'art.4 co.4 del DPR n.633/1972 (prestazioni a fronte di corrispettivi specifici a favore di soci, associati e partecipanti);
  2. l'attività di bar rimane esclusa dall'IVA anche se effettuata a prezzi di mercato. Infatti, l'eventuale surplus rispetto al costo di diretta imputazione assume natura di "contributo aggiuntivo alla quota, deliberato dall'associazione al fine di consentire il mantenimento e il potenziamento delle strutture".
  3. la gestione di bar non è assimilabile alla nozione semantica di gestione di spacci, attività quest'ultima intrinsecamente commerciale per la quale si rileva sempre imponibilità IVA;


I precedenti della Cassazione.
A favore dell'esclusione

Nella sentenza della Sezione V del 13/01/2004 n.280 si afferma che la gestione di bar non deve assimilarsi alla gestione di spacci aziendali, mense e somministrazioni di pasti da chiunque effettuate. La gestione di bar è destinataria di un regime di esclusione dal campo di applicazione dell'IVA per i seguenti motivi:
- è fonte di prestazioni conformi alle finalità istituzionali di un'associazione ricreativa in quanto complementari al carattere ricreativo di un ente;
- è escluso l'intento speculativo quando il surplus della spesa di consumazione si qualifica come contributo aggiuntivo per il buon funzionamento delle strutture e delle attività dell'ente in linea con le finalità istituzionali.
A favore dell'imponibilità IVA
Sentenze Sezione Penale del 13/01/1999 n.310 e Sezione V del 03/05/2002 n.6340 le somministrazioni di alimenti e bevande effettuate nei circoli sono comunque commerciali in presenza di utile economico e organizzazione. Il beneficio dell'esclusione spetta solo se sono verificate le seguenti circostanze:

  1. associazione rientrante tra quelle di cui all'art.148 comma 3) del TUIR;
  2. assenza di organizzazione;
  3. somministrazione effettuata senza la realizzazione di utile economico (a prezzi di costo);
  4. somministrazione ad esclusivo beneficio di iscritti, associati e partecipanti;
  5. aderenza con gli scopi istituzionali dell'ente.


I requisiti della gestione di bar esclusa dal campo di applicazione dell'IVA
Sulla base delle indicazioni fornite dalle Sentenze della Cassazione succintamente illustrate nn.18560 del 2005 e 280 del 2004, i proventi della gestione di bar sembrano qualificarsi come esclusi dal campo di applicazione dell'IVA quando rispettate le seguenti condizioni soggettive ed oggettive.
Condizioni soggettive: deve trattarsi di Associazioni politiche, sindacali e di categoria, Associazioni religiose, Associazioni assistenziali, Associazioni culturali, Associazioni sportive dilettantistiche, Associazioni di promozione sociale, Associazioni di formazione extrascolastica della persona. Tali associazioni devono aver recepito i requisiti statutari previsti dall'art.148 comma 8) del TUIR. Le associazioni sportive dilettantistiche devono altresì essere in regola con gli elementi di qualificazione richiesti dall'art.90 della L.n.289/2002.
Condizioni oggettive: l'attività di bar deve risultare accessoria e complementare alle finalità istituzionali dell'ente, le eccedenze rispetto ai costi di diretta imputazione devono essere interamente destinate alle finalità istituzionali, l'attività di bar deve essere rivolta esclusivamente nei confronti dei soci.
La possibilità di agire per il rimborso dell'IVA
Al ricorrere dei presupposti di esclusione dal campo di applicazione dell'IVA, enunciati nelle recenti pronunce della Cassazione, appare ipotizzabile intentare un'azione di rimborso nei confronti dell'erario per indebito versamento di imposta. Al riguardo, il riferimento normativo potenzialmente utilizzabile è quello stabilito dall'art.21 comma 2) del Dlgs n.546/1992, che prevede la possibilità di presentare domanda di rimborso entro due anni dal pagamento non dovuto, ovvero se posteriore, dal giorno in cui si è verificato il presupposto per la restituzione.

riproduciamo integralmente la sentenza della Corte di Cassazione n. 18560/2005 (depositata il 20 settembre 2005):

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE - SEZIONE TRIBUTARIA - PRESIDENTE: DOTT. BRUNO SACCUCCI - R.Q.N. 16362/99 - CRON. 18560 - UDIENZA DEL 7/6/2005 - HA PRONUNCIATO LA SEGUENTE SENTENZA - DEPOSITATA IL 20/9/2005:

sul ricorso proposto da: MINISTERO DELLE FINANZE UFFICIO DELL'IVA DI xxx, in persona del Ministro pro tempore, elettivamente domiciliato in Roma, via dei Portoghesi 12, presso l'Avvocatura Generale dello Stato, che lo rappresenta e difende ope legis - ricorrente;

contro CIRCOLO CULTURALE RICREATIVO xxx - intimato - avverso la sentenza 106/98 della Commissione tributaria regionale di Firenze, depositata il 16/06/98;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 07/06/05;

udito per il ricorrente l'Avvocato xxx che ha chiesto l'accoglimento del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. xxx che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

L'Ufficio IVA di xxx, basandosi sulle risultanze della verifica condotta dalla Guardia di Finanza presso il Circolo culturale ricreativo xxx con sede in xxx, ha ritenuto imponibili ai fini Iva i corrispettivi riscossi dal suddetto ente in relazione all'attività di somministrazione di bevande ed alimenti, e quindi ha emesso avviso d'accertamento, con cui ha recuperato il debito d'imposta di Lire xxx, in relazione all'anno 1989 ed ha irrogato le conseguenti sanzioni.
La Commissione tributaria provinciale di xxx, innanzi alla quale gli organi rappresentativi del Circolo hanno impugnato l'atto, con sentenza n. 81/02/95, lo ha annullato reputando che l'attività accertata fosse compresa nei fini istituzionali dell'ente.
La decisione, appellata dall'amministrazione finanziaria innanzi alla Commissione tributaria regionale xxx è stata confermata con la sentenza in epigrafe 106 del 19.5-16.6.98, contro la quale il Ministero delle Finanze ha proposto il presente ricorso per cassazione, che ha affidato a due mezzi. L'intimato non si è costituito.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Col primo motivo, denunciando violazione e falsa applicazione dell'art. 4, commi 4 e 5, del d.p.r. n. 633/72, il Ministero ricorrente sostiene che il quadro normativo rubricato non consente di ritenere esente dall'imposta l'attività considerata, che ha invece natura imponibile, dal momento che la norma applicata ha natura speciale, derogatrice di quella contenuta nel comma 4. Né, prosegue, può escludersi suddetta attività rientri nella citata lett. d) del comma 5, vale a dire che possa qualificarsi di "spaccio", per il solo fatto di essere gestita in forma di bar. E' evidente infatti che il legislatore ha limitato la previsione di spacci aziendali solo perchè l'attività di bar è già di per sè imponibile.

Col secondo motivo, enunciato solo in subordine, lamentando violazione e falsa applicazione dell'art. 4, comma 4, del citato d.p.r. n. 633/72, che è norma speciale e quindi di stretta interpretazione, deduce che non può ritenersi ricompresa fra le attività assistenziali e ricreative quella della somministrazione di alimenti e bevande, oltretutto esercitata come nella specie in via continuativa ed in appositi locali, siccome trattasi di attività commerciale, dal momento che il nesso postulato dalla norma fra la detta attività ed il fine dell'ente deve essere diretto e non solo indiretto.

E' infine irrilevante il riferimento, operato nella sentenza impugnata, alla legge n. 398/91, sia in ragione del fatto che tale norma si applica limitatamente ai soli circoli sportivi, sia perchè essa non era ancora vigente all'epoca dei fatti in discussione.

I motivi, i quali sono logicamente connessi e possono perciò essere trattati congiuntamente, appaiono essere infondati.

La decisione impugnata ha risolto la questione controversa ritenendo, sulla premessa di fatto che il Circolo ha finalità nel campo dell'attività culturale, ricreativa, sportiva ed assistenziale degli associati, che nel caso di specie trova applicazione il disposto dell'art. 4, commi 4 e 5 del d.p.r. 633/72, che esclude dall'imposizione, ai fini Iva, le attività di prestazione di beni e servizi che rientrano nei fini istituzionali dell'ente, siccome la gestione del bar all'interno dei locali del Circolo è accessoria e quella istituzionale, rappresentando un mezzo per consentire la migliore permanenza dei soci. Né, prosegue, l'ufficio ha provato il contrario, vale a dire che l'attività anzidetta fosse rivolta ad estranei. Per quanto riguarda i prezzi praticati, uguali a quelli di mercato, ha inoltre ritenuto che il surplus accertato rappresentasse solo un contributo aggiuntivo alla quota, deliberato dall'associazione al fine di consentire il mantenimento ed il potenziamento delle strutture. Ha, infine, richiamato a conforto della sua conclusione il disposto della legge n. 398/91.

La ratio decidendi che sorregge questa conclusione poggia in sostanza sul dato, correttamente reputato decisivo, dell'accertata sussistenza del nesso di accessorietà e complementarietà tra la gestione del bar ed il fine istituzionale dell'ente, che esonera l'attività considerata, che di per sé ha carattere commerciale, dal pagamento del tributo controverso. La soluzione che propone si fonda, in conclusione, sull'apprezzamento dell'anzidetta circostanza di fatto, la cui sussitenza, nel paradigma della norma di riferimento contenuta nell'art. 4, comma 4, del d.p.r. n. 633/72, rappresenta elemento risolutivo che sottrae l'attività anzidetta, normalmente lucrativa, all'imposizione fiscale.

La critica che il ricorrente muove ora a questo approdo introduce necessariamente il controllo sulla fondatezza dell'apprezzamento degli elementi processuali, valutati nel segno dell'asserito collegamento funzionale dalla CTR che, secondo la censura mossa dal suddetto ricorrente, avrebbero dimostrato, anzitutto, che l'attività controversa rientrava nella nozione semantica di "spaccio", e che essa, ad ogni buon conto, date le circostanze offerte ed indicate nell'avviso d'accertamento controverso, era esercitata a fine di lucro.

A tal riguardo, premesso, anzitutto, che il concetto di spaccio è riferito al "locale adibito a vendita di generi alimentari, bevande, o generi di conforto", e quindi non è omologabile all'attività in contestazione, deve rilevarsi che il riesame del percorso motivazionale censurato non è percorribile in questa sede, siccome comporta il controllo sulla valutazione dei dati probatori esaminati dagli organi di merito, che è rimessa al loro giudizio esclusivo ed è insindacabile nel merito. La pronuncia impugnata, alla stregua di un riscontro di fatto, come si è detto non sindacabile nel merito, ha incentrato la sua indagine specificamente sul vincolo d'accessorietà fra l'attività culturale e ricreativa e quella controversa, che ha qualificato "mezzo per consentire la migliore permanenza dei soci nei locali dei circolo", che rappresenta il nucleo essenziale del principio sancito nella norma di riferimento summenzionata, che stabilisce testualmente che "si considerano fatte nell'esercizio d'attività commerciale anche le cessioni di beni o le prestazioni di servizi ai soci, associati o partecipanti verso pagamento di corrispettivi specifici, o di contributi supplementari determinati in funzione delle maggiori o diverse prestazioni alle quali danno diritto, ad esclusione di quelle effettuate in conformità alle finalità istituzionali da associazioni politiche, sindacali e di categoria, religiose, assistenziali, culturali, sportive dilettantistiche ..".

E' chiaro infatti, che nella voluntas legis, il discrimine che segna il tratto distintivo fra le prestazioni commerciali, che sono in astratto imponibili, e quelle che, pur essendo tali, sono tuttavia esenti, è rappresentato, ove vengano offerte dagli enti indicati, dalla congruenza fra le stesse e la finalità istituzionale dell'ente stesso, al cui perseguimento devono risultare - in qualsiasi modo - anche indiretto, strumentali.

Questo snodo decisivo , che presuppone chiaramente che si discuta in materia di attività oggettivamente commerciale e pertanto lucrativa, presuppone per la sua soluzione la verifica, in concreto, delle modalità del suo esercizio in rapporto allo scopo associativo, che la Commissione di gravame ha condotto con percorso adeguatamente e razionalmente motivato.

In questa chiave non appare di rilievo calzante alcun riferimento ai precedenti enunciati di questa Corte nella materia de qua, di cui alle pronunce nn. 6340/2002 e 280/2004.

Ne discende il rigetto delle censure in esame, con assorbimento di ogni altra questione.

Tanto premesso, il ricorso deve essere rigettato. Non vi è luogo a provvedere in ordine al governo delle spese stante l'assenza d'attività difensiva dell'intimato.

P.Q.M. LA CORTE SUPREMA

RIGETTA IL RICORSO.

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AUTORE:

Nicola Forte Pietro Canta

Fiscosport S.r.l.
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